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In occasione di una mostra di Livio Rosignano

Tempo fa, camminando in una via del Borgo Teresiano, tra una parola e l’altra, mi mettevi al corrente del tuo proposito di realizzare una mostra di soli ritratti. In un anno circa, hai preparato questa rassegna che ha il sapore di incontri  di amici di altri tempi: quasi una “gagliarda sabatina” del pressoché dimenticato Circolo Artistico Triestino. Sei stato regista esperto, coraggioso interprete di ventiquattro uomini. Non hai mai avuto bisogno di allontanarti da questo angolo di terra e di mare, sei un attore di queste strade, di questi caffè, sei un improvviso “refolo di bora, cosicché i soggetti della tua pittura li hai colti a due passi da te, come i ritratti di codesti amici che ora presenti (Sala Comunale d’Arte di Piazza Unità) e che hai caratterizzato con freschezza giovanile, con sentimento, oserei dire con “onesta arroganza”. Chissà se la città, caro Livio, saprà approfittare di questo “avvenimento”, se l’habitué di sale d’Arte ti renderà il dovuto omaggio e capirà che sei oggi l’unico, forse, di allestire un’esposizione di soli ritratti, che, secondo me, prima di tutto, al di là della più puntuale somiglianza, sono opere di pura pittura. Codesti lavori, testimonianza della tua consueta sincerità, sono inoltre evidente prova dei rischi che sa correre un uomo “libero”, che certo non si danna l’anima per seguire le mode.          

  Sei stato tu a scegliere i modelli, i tuoi uomini: professionisti, professori, critici, pittori, marinai, gente comune, persone che ti erano (e sono vicine), che magari per caso incontravi in un locale o sentivi al telefono.  Tra gli altri hai voluto pure me, ed ho potuto seguire quindi lo svolgersi del tuo lavoro. Procedevi tra pause, rapidi ripensamenti, oppure assecondavi la frenesia che ti dominava tutto. Risento la tua tensione, rivedo il tuo studio, il tuo cappello (macchia nera in movimento), gli  occhi spiritati apparire e scomparire dietro il grande cavalletto: Capivo che mi scrutavi, che spietatamente indagavi, cercando sempre qualcosa d’altro, e che “colpivi” quando meno me l’aspettavo per “rubarmi una verità nascosta”. Il risultato della tua profonda introspezione forse al momento non mi appagò, ma in seguito, senza dubbi e remore, mi convinse e affascinò.

Dicevi che il tempo “tecnico” dell’esecuzione di un ritratto, in genere risolto quasi fulmineamente, era niente altro che l’atto di accelerazione della profonda riflessione, delle scelte ponderate, della discreta “freudiana analisi” che in precedenza ti avevano tenuto in ansia.

Dicevi che ognuno di noi ha un colore che più di altri gli appartiene, a volte addirittura caratterizzante. Qualcuno, durante la posa, si sarà sentito come in “confessionale” e si sarà confidato, altri, invece, imbarazzati e incapaci di “lasciassi andare”, ti avranno creato qualche difficoltà e fatto pensare: “mi sono scelto un compito davvero improbo!”. Ed in effetti io ritengo che sia proprio così: il ritratto è il momento culminante della fatica di un pittore.                            

Infine, dopo una pausa lunga, cosciente che non potevi fare di più, non ti restava che firmare.  Poi, l’improvviso, innaturale, quasi mistico silenzio davanti alla nuova figura, nata in virtù di quel fluido che hai “respirato” insieme al soggetto. In questo caso, trattandosi di amici, io penso che il lavoro ti sia stato meno gravoso e soprattutto di più intima soddisfazione.

                                    Walter Abrami

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