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Livio Rosignano alla Comunale.

 “Corriere di Trieste”, 28 febbraio 1954     

Livio Rosignano, il primo dei giovani ai quali è stata concessa la Sala di arte è indubbiamente quello che in pittura si dice un valore. Postosi in luce per le sole qualità personali in precedenti mostre, egli può dirsi ormai giunto sulle posizioni di privilegio concesse ai pochi dopo anni di lavoro e di ostinazione. Poco ci interessa la trafila – non lunga e faticosa certo – per il quale il Rosignano è passato: ci sbalordisce semplicemente l’età. S’impone in questo artista prima d’ogni altra cosa l’eccezionale talento. Se n’ha avuta la sensazione, s’ha oggi la conferma.                       

Né il “Premio Levier”, recentemente conferitogli, è stato un caso. Fa quello che sente, vive in quello che fa. Ed è un linguaggio, il suo, nutrito di sostanzioso vigore, in una forma che nel lessico del tempo nostro si ritrova con spontaneità geniale. Sentiamo nelle sue opere tutte le “ esperienze “ attuali, come in queste sentiamo il naturale fluire dell’atto istintivo. E ben presto, - troppo presto – davvero una tal cosa sarebbe avvenuta se egli l’avesse “voluta”, nello sforzo della ricerca, con l’assimilazione laboriosa di elementi d’acquisizione. Rosignano è artista nato, semplicemente, con le virtù e i difetti d’una natura fuori del comune, e sta in ciò il segreto d’un “modo” che a quanti richiami si possa riferire resta nella sostanza schiettamente originale.

Certo le opere sue non mancano di lati “riconoscibili” ed elencabili, ma certo è pure che a nessuno riesce d’individuarlo secondo schemi prefissi. C’è, ad esempio, chi trova in lui la facilità illustrativa, esclusa da un pezzo dai buoni canoni in pittura, in conseguenza della quale con tutta semplicità lo colloca tra i passatisti (magari intinti di modernismo ), o, peggio, per la standardizzata “umanità” dei soggetti, tra i neorealisti. Nulla di più arbitrario. Rosignano è anzitutto se stesso, e se a qualcuno egli assomiglia, ciò è dovuto al caso unicamente. Non ha parentele e non le cerca; né “cercando” ha trovato la sua vita: quella che ormai percorre con la sicurezza d’un maestro. Fatto ben ravvisabile in ciascuna delle opere esposte.

Vediamo tra queste “Vagoni e binari”, “Abituri”, “Fabbrica”, e “Officina” che potrebbero convalidare le ragioni di un’arte “a programma”, umanitario o sociale che sia; ma in queste, come nelle altre opere in blocco, l’elemento valido è la pittura: colori e linee che sono esplosioni di vitalità, riflessi di vita, poesia. Sono opere, quelle del Rosignano, che potranno indurre il visitatore a considerazioni anche estranee alla pittura, ma è questa che si impone all’ammirazione ed è arte per tale ragione soltanto. Arte che non accatta scorie ad essa estranee per giustificarsi e reggersi magari sui trampoli della dialettica. “Città di notte”, “Notturno”, “Paesaggio” e “Casa solitaria” hanno le “ragioni” per sostenersi nell’imponderabile di questo mistero unicamente.

                                                                                                        ARCO (Giusto Chersovani)

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Corriere di Trieste  Gennaio 1958

Rosignano alla Comunale

 Livio Rosignano, attualmente alla Sala Comunale d’arte, è una volta ancora a contatto col pubblico con la freschezza del suo colore e la serie costruttiva delle sue opere. Ogni sua mostra è stata una significativa tappa della sua produzione, e pur questa lo è, nella rivelazione d’orientamenti e raggiungimenti che sono la testimonianza d’un’arte in costante ascesa, sia pure nel limite di quel modulo “figurativo” che costituisce per così dire il suo polo di attrazione. Per chi voglia classificarlo sotto questo aspetto, il Rosignano resta tuttora l’artista “della realtà” sulla scia postimpressionista che fu agli inizi, ma la sua “maniera” trova ancor sempre nell’elemento trasfigurazione la sua particolare magia. Che nella pittura del giovane artista è poi il fatto essenziale, oltre l’esteriorità che nel suo dipingere potrebbe costituire anche il lato puramente edonistico.

Né oggi, come ieri, va egli a cercar lontano   i maestri e i motivi ispiratori della sua pittura. Si riassumono essi nel nome della sua città, Trieste, non inferiore a molte consorelle illustri per quanto ha ultimamente dato nel suo apporto all’arte figurativa in sede nazionale.

E se Brumatti o Lannes, per citare qualche nome, possono già averlo influenzato, rimarcabile attualmente è il suo accostamento al Bergagna, col quale ora divide anche lo studio. Il bel colore, nell’estensione delle sue gamme accese vivacità, lo deriva ancora da un triestino – un decano che nell’arte ha il segreto della giovinezza perenne – e da quanto a un artista offrono pur sempre il nostro golfo e i dintorni pittoreschi della città.

ER nulla ha tralasciato il Rosignano per serbarsi nella purezza di questa tradizione: angoli pittoreschi, dardeggiati dal sole o soffusi dei malinconici toni, entrati anche nel vernacolo dei Saba e dei Giotti, e il mare, e il cielo nella varietà incantevole delle gradazioni mai abbastanza godute, e il verdeggiare dei dintorni macchiato delle brulle sterilità carsiche, delizia dell’occhio e delle tavolozze che cercano di tradurne l’incanto.

Rosignano è tutto qui, artista che ama e dipinge e trasformare amore e colore. Così negli autunnali “Giardini” rossi, come nello spiovere pittoresco dei tetti di “via Rota”; nell’aperta estensione della “Raffineria Aquila” come nel delizioso “Cantiere edilizio”, o nel “Fumo bianco” e nei tanti momenti (“Barche e vagoni”, “Cantiere”, “Cortile con autocarro”, “Scalinata”, “La fontana”, “Tor  Cucherna”) in cui lo artista coglie nel colore la intima nota del cuore.

E valgano all’elogio suo in questa rassegna alla Comunale i bei ritratti (Ritratto del pittore V. Bergagna) “Pittore al lavoro” “Interno con i fiori” e i fiori, nei quali al tocco esperto del pennello unisce una non comune sensibilità.

 ARCO.

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