Uno sguardo sul Novecento dal Friuli Venezia Giulia
18-11-03, pag. 23, Cultura – Spettacolo
GORIZIA «Fuori dal comune» è la mostra allestita nel Salone degli Stati Provinciali del Castello di Gorizia (fino a domenica 30 novembre) che propone un considerevole numero di opere di proprietà del Comune di Gorizia, abitualmente esposti nelle sale del Palazzo Municipale Attems Santa Croce. Scelti tra un patrimonio ben più vasto, proveniente da lasciti, donazioni e storici premi-acquisto, i dipinti e le stampe sono stati realizzati dai principali autori del Novecento che hanno operato e operano a Gorizia e in regione. Un'attenzione particolare, concrettizzata materialmente in una sezione, è stata rivolta ad Anton Zoran Music, già presente a Gorizia con una grande retrospettiva ospitata a Palazzo Attems, qui in mostra con sette tra dipinti e acqueforti riconducibili a due tra i suoi cicli più famosi: le «Cattedrali» e «Non siamo gli ultimi». Accanto alla sezione dedicata a Music, la mostra si articola in un itinerario ragionato sulla pittura regionale del Novecento: trenta sono i lavori esposti, suddivisi in sezioni, pensate in relazione ai rapporti tra i diversi artisti, ed abbinate ad un ricco apparato didattico-esplicativo iniziale. Tra le prime opere esposte troviamo di Edoardo Del Neri un dipinto intitolato «Tripoli» (1926) e di Attilio Fonda «Processione per le vie di Pirano» del 1929 associati a modi pittorici decisamente diversi come quelli di Gino De Finetti in «Squadra di aeroplani sulle rovine del Castello» (1935) e Tullio Crali («Tetti di Gorizia sotto la neve» del 1946). Il percorso prosegue con Cesare Mocchiutti e il suo mondo popolato da bracconieri, uccellatori e cantastorie del dipinto «Senza titolo» del 1962, stesso anno dell'interessante ed insolito «Adolescenti» di Sergio Altieri. Appartengono invece agli anni Settanta le prove di Fulvio Monai («Estate istriana» ,1971) e Roberto Joos («Laguna», 1975), uniti non solo dalla pittura, ma anche da una passione letteraria comune. La serie degli acquarelli è rappresentata da Tonci Fantoni («Giardini di Gorizia - Autunno», 1982), da «Inverno» di Andrej Kosic e da un «Paesaggio» di Mario Bardusco del 1954. Merito degli storici premi San Floriano e Stella Matutina la presenza in mostra di opere dei triestini LivioRosignano («Caffè triestino», 1971) e Marcello Mascherini («Figura») e dei friulani Sergio Colussa («Mattino nei campi», 1963) e Ugo Canci Magnano («Case di montagna»). Non poteva mancare inoltre una sezione dedicata a nomi femminili di rilievo del panorama artistico regionale come Gemma Verzegnassi («Bambina», 1915), Emma Galli («Ritratto di Italico Brass», 1960), Dora Bassi («Il treno delle 4.22», 1992) e Cecilia Seghizzi (acquarello senza titolo datato 1975). Cristina Feresin
Storia parigina, gran panorama Qui si dipinge in santa pace
Una volta accoglieva i passeggeri che scendevano dal treno della linea Trieste-Erpelle, ora un variegato gruppo di pittori, musicisti, poeti o aspiranti tali. L’ex stazione ferroviaria di San Giuseppe della Chiusa da qualche anno si è trasformate nella sede dell’Accademia arti applicate, luogo di incontro di appassionati provenienti dall’intera provincia. Grazie al pittore Gianpaolo De Santi, che dal ’96 l’ha scelta come sua residenza, qui è possibile riunirsi per suonare, spaziando dal jazz al rock, per discutere di poesia o apprendere le tecniche dei colori e di composizione dell’immagine, ritraendo dal vero, immersi nella natura della Val Rosandra o semplicemente nel giardino di questa casetta circondata dai boschi,
ai margini della frazione di San Dorligo della Valle. Ed è certo che di pittura «en plein air» De Santi se ne intende, cresciuto com’è a Parigi, dove ha frequentato l’Academie des Beaux Arts e ha appreso la lezione dei grandi maestri dell’impressionismo e delle avanguardie cubiste. Del resto, anche nella sua famiglia si respirava un’atmosfera culturale, basti pensare che suo padre era amico del poeta Jean Cocteau, uno zio era illustratore mentre un altro zio, Bruno Tonazzi, chitarrista di fama internazionale, gli ha fatto conoscere Livio Rosignano, una volta tornato giovanissimo a Trieste. Nella sua città natale, con la quale ha sempre mantenuto un rapporto privilegiato, De Santi lavorò come vetrinista, decoratore (nell’85 esegue le vetrate lunate per la Galleria Tergesteo), affermandosi sempre più con le sue opere, un misto di cubismo figurativo e simbolismo. Espone in numerose mostre collettive e personali (anche a Milano, dove è molto colpito dalla pittura di Mario Sironi), ottiene riconoscimenti regionali e nazionali. Nel ’92 gli viene in mente di aprire una «bottega d’arte»: prima a Trieste, in via Rossini, poi, quattro anni più tardi, a San Giuseppe. «Qui si sente l’unione di mare e rocce, propria della Val Rosandra – dice – e gli artisti possono sperimentare il contatto con la natura, tutte le vibrazioni della luce». In effetti, ai frequentatori dell’atelier (pensionati, casalinghe, ma anche gente che lavora e studenti) i soggetti pittorici non mancano. Nei mesi più freddi si dipinge all’interno dello studio, decorato con pareti rosa salmone e soffitto turchese, e magari può capitare che uno degli otto gatti che vi abitano salti in braccio e si metta a zampettare sulla tavolozza. Al riverbero della stufa a legna si stagliano le sculture di De Santi, la lampada che serviva per le segnalazioni ferroviarie, gli antichi attrezzi appesi al muro, segno dell’amore per la manualità del proprietario della casa. Ma non appena si fa sentire la primavera, si esce in giardino con cavalletti e colori, tra l’amaca sospesa tra due alberi da frutto, l’orto coltivato amorevolmente, per il gusto di ritrovare i sapori genuini, la vecchia fontana della stazione, il gazebo che si protende sul magnifico panorama del golfo sottostante. Da qui al paese il passo è breve: la frazione di San Giuseppe della Chiusa, con i suoi scorci suggestivi e le sue ripide stradine acciottolate, sarà infatti lo scenario scelto dai pittori che, oggi e domani, si cimenteranno in un’ex tempore dedicata al patrono. Si tratta della sesta edizione del «Sabato del villaggio», aperta a tutti gli artisti della regione, compresi i bambini delle scuole e i ragazzi delle superiori. La timbratura dei fogli o delle tele avrà luogo nell’atelier (San Giuseppe 132/a, tel. 040/383029 oppure 348/2656967 ), oggi dalle 10 alle 18 e domani dalle 10 alle 12. Le opere dovranno essere consegnate domani entro le 16 e le premiazioni si terranno alle 18, con gli stessi artisti a fare da giuria, e un rinfresco finale. Barbara Muslin
Emozioni di luce e colore scoprendo «il lato oscuro e tragico della vita»
Livio Rosignano, una magia lunga ottant’anni
MOSTRE TRIESTE La magia malinconica eppure effervescente di Livio Rosignano è in mostra da oggi fino al primo maggio al Museo Revoltella (inaugurazione alle 18) e alla Sala Leonardo di Palazzo Gopcevic. Vi sono esposte 120 opere, di cui diverse di grande dimensione, realizzate tra il 1950 e il 2005 ad olio o su carta intelata dall'artista, nato a Pinguente in Istria nel 1924, ma vissuto a Trieste fin da bambino. Raccontano, in due antologiche parallele, di cui quella allestita al Gopcevic più orientata a testimoniare la produzione recente, la possente evoluzione linguistica di un talento precoce e i bagliori e gli umori di una vita interamente dedicata alla pittura. Durante la quale il pittore ha creato almeno 3.000 oli e più di quindicimila disegni, partendo, negli anni tra il 1948 e il '58, da un affascinante espressionismo figurativo, in cui Rosignano frantumava e superava l'immagine tradizionale, ricostruendola attraverso emozioni di luce e di colore, nelle quali il contrappunto cromatico assumeva decise valenze fauve . «Un periodo - ricorda l'autore, - in cui dipingevo con molto spessore di olio, poichè operavo sulla stessa tela due o tre volte in quanto ero senza soldi. L'artista è sempre povero però al tempo stesso è anche ricco». Attraverso la rarefazione del modulo compositivo, le opere esposte testimoniano anche la successiva influenza determinata dagli alterni soggiorni milanesi dell'artista, poiché la scuola lombarda lo indusse ad attenuare quella vivacità coloristica, a detta dello stesso Rosignano, non sempre funzionale alla sua pittura. Fu un importante punto d'arrivo, che determinò l'atmosfera rarefatta, fumosa, nebbiosa delle vedute sul mare sereno o scosso dal vento, i passanti, le coppie e gli emarginati travolti dalla bora e dal quotidiano, che, assieme agli angoli della città semideserta, agli amici ritratti con passione e a toccanti momenti autobiografici, rappresentano i protagonisti delle due esposizioni. «C'è un'angoscia nelle cose che io faccio - dice Rosignano - anche quando mi sembra di fare una cosa tranquilla, magari una scena di genere, va a finire che scopro che ho trovato il lato oscuro e tragico della vita. Dipingo un mondo mio, sviluppato sotto diversi aspetti, con diversi umori, a disegno o a colori, ma è sempre un u niverso di offesi, di umiliati, di diseredati». Però sulla tela o sulla carta intelata, il pittore fissa spesso, spesso sullo sfondo dell'azzurro-grigio prediletto, un momento cromatico importante, un guizzo di colore, per esempio di rossi efficaci, o una luce tagliente sostanziata da un sentimento di ottimismo, i quali rappresentano la sua speranza nel futuro e l'attimo di fiducia nella vita che non viene mai meno. Nel novembre dello scorso anno è uscita per i tipi della Lint un'importante monografia dedicata all'artista, che nell'introduzione ricorda di aver iniziato a dipingere fin da ragazzo: «Ho iniziato e non ho smesso più. A 13 anni facevo già degli acquerelli, non dico notevoli, ma perlomeno gradevoli, poi ho continuato con gli oli. Rubavo le ore allo studio prima di nascosto e poi con il beneplacito dei miei genitori, perché i risultati erano buoni. A 20 anni ho cominciato ad esporre alle mostre nazionali con qualche riconoscimento e ciò mi ha confortato nella mia scelta perché in pittura non è facile scegliere, si è scelti, come in amore. Sono quindi andato avanti con parecchia incoscienza e ho dovuto in qualche maniera soggiacere a questa difficile vita del pittore, non facile ma per altro verso di piena soddisfazione. La più grande l'ho avuta quando ho visto per la prima volta tre miei quadri esposti in una mostra nazionale, al Gran Premio Michetti di Francavilla al Mare, nel '51, dove vinsi anche un premio». m. acc.
Visibili opere dal ’48 agli anni ’60: «Ero giovane e dipingevo tre o quattro volte la stessa tela»
Livio Rosignano: «L’arte, estasi e anche medicina»
MOSTRE MUGGIA Spirito brillante e sagace, estroso e razionale al tempo stesso, il pittore triestino Livio Rosignano com
pie nel 2004 ottant'anni e li festeggia
con una mostra personale che s'inaugura oggi a Muggia, in cui presenta quasi una quarantina di oli appartenenti alla sua prima maniera, cromaticamente più accesa. Meno nota della produzione successiva, tale impostazione stilistica si potrebbe definire d'ispirazione fauve e s'intreccia con il temperamento impetuoso dell'artista, il cui aspetto più riflessivo si esplica invece nei decenni seguenti, grazie alle marine brumose ed intimiste, ai moli percorsi dalla bora e agli interni di caffè densi d'atmosfera, di pensieri e di stati d'animo: un linguaggio che, pur nella sua assoluta autenticità ed autonomia, condivide l'orientamento del neoimpressionismo di Matisse e Gauguin e dell'ultima frangia dell'espressionismo europeo, rappresentata da Francis Bacon. Come ci si sente a ottant'anni? «A seconda del momento: a volte meravigliosamente bene come a trenta, a volte sento la mia età. Sono in una condizione felice perchè, vado a lavorare ogni giorno volentieri, anche alle sei di mattina: questa è la chiave della felicità». Quindi l'arte come medicina... «Sì, ma anche come tormento ed estasi. La pittura è anche tormento, però ci sono momenti in cui i sacrifici si riscattano pienamente». Qual è oggi il bilancio della sua vita? «Positivo, nonostante gli inizi, in cui ho combattuto con la miseria. Poi, a 19 anni sono stato a Dachau, dove ho imparato a prendere la vita con un certo disincanto, cercando nel contempo di viverla pienamente». Lei ha raccontato quest'esperienza nel romanzo intitolato «Una giovane vita», che ha scritto nel '93... «Non sono uno scrittore ma scrivere mi diverte - a suo tempo mi occupai anche di cronaca e critica d'arte per varie testate - così come mi piace moltissimo leggere. Talvolta devo obbligarmi a lasciare la lettura perchè sono un pittore, la mia vita è il colore, è il pennello...ma è piena di insidie, che fanno diventare dispersivi, generando anche malinconia e notevoli disagi. Perciò bisogna proseguire lungo la strada che noi abbiamo tracciata nell'intimo». Lei ha al suo attivo un centinaio di rassegne personali e circa 300 collettive, ha prodotto moltissime opere, tra cui 15000 disegni e schizzi. Perchè ha scelto di esporre in questa mostra le opere degli esordi ? «Ho rispolverato il periodo che va dagli anni '48 ai '60, che soddisfa il mio istintivo amore per il colore. Allora ero giovane e dipingevo tre o quattro volte la stessa tela, anche da una parte e dall'altra. Per mancanza di mezzi usavo solo il verde, il giallo e il rosso e, accostandovi il nero, componevo tutti i colori». L'accentuato cromatismo che incontriamo in mostra si lega anche alla sua esperienza con i pittori Adolfo Levier, Vittorio Bergagna e Romano Rossini? «Erano tutti coloristi: il primo, cui mi sentivo più vicino per il temperamento esuberante, era un espressionista fauve, il secondo - con il quale nei primi anni '50, alla morte di Rossini, condivisi lo studio - un intimista. L'atelier era molto ben frequentato e ciò fu molto importante per la mia formazione, che avvenne anche grazie alla frequentazione dei corsi di nudo tenuti da Edgardo Sambo al "Revoltella"». Negli anni '50 e '60 lei è vissuto a periodi alterni a Milano: con quali esiti? «La scuola lombarda m'indusse ad attenuare quella vivacità coloristica che non sempre risultava funzionale alla mia pittura. Gli interni di caffè, un po' umbratili e tristi, nascono appunto intorno al '60, ma non posso soffocare questo desiderio di urlare con il colore, che ogni tanto riaffiora in me. Mentre l'umanità dolente, che traspare ogni tanto nei miei quadri, nasce dalla malinconia che m'instillò mio padre, da cui mi sono liberato solo dopo molto, grazie anche a un pizzico di follia».
Forza e sentimenti della natura nelle opere di Livio Rosignano
«La mia visita nel suo studio è stata una singolare immersione in un mondo subacqueo, e, d’altra parte una sublimazione in un’atmosfera di luci portate allo sfinimento». Iniziava così uno scritto-recensione di Biagio Marin del 1974 indirizzato a LivioRosignano, l’artista triestino, nativo di Pinguente d’Istria, che fino alla fine del mese espone nella sala Aiat, all’ingresso principale della spiaggia. Rosignano è uno fra i maggiori pittori viventi della nostra regione. Quest’anno compie 80 anni e nell’occasione ha voluto offrire ai suoi estimatori uno slancio ulteriore, nuovo, o meglio, forse, più approfondito anche se non si discosta mai da quello che è il suo genere al quale è arrivato dopo anni e anni di studi e di gavetta. Ottant’anni, ma non li dimostra se si vede con che piglio, personalmente, aiutato solamente dalla moglie, fa di tutto, da trasportare le tele ad appenderle, a tenere le pubbliche relazioni. Tre, forse quattro sono i filoni sui quali si può dire sia suddivisa la bellissima mostra. Il Carso innanzitutto con una tela giustamente intitolata «Cane randagio» che sapientemente è stata posta in un angolo, solitaria, proprio per rendere merito a ciò che «racconta». Poi il mare con le vele (viste dall'alto) e quindi, soprattutto, il vento e la pioggia. Infine i suoi caffè, gli interni di semplici abitazioni, con figure talvolta solitarie, spesso pensierose o «parlanti». E per concludere quella che definiremo una «stonatura», una piccola tela intitolata «È la fine» con un uomo che va ormai verso il termine della vita. an. bo.
Allo Studio Tommaseo Irma Blank si concentra sul corpo, ad Aurisina
117 artisti «senza confini», e Rosignano racconta
IN GALLERIA TRIESTE «Accade...il flusso disordinato degli esseri, nel vortice discontinuo dell'essere cose ...accade»: un titolo complesso per la mostra di Ricardo Cinalli alla Galleria Planetario a introdurre la complessità ma insieme la ricchezza di significati, rappresentazioni, richiami, evocazioni. E in effetti gli esseri, nella loro densa corporeità e nel loro fluire attraverso il tempo, sono i protagonisti di questa mostra che propone alcune tra le opere più significative dell'artista argentino illustrando i temi e i cicli più ricorrenti nel suo lavoro. Grovigli di corpi che ricordano i dannati di Luca Signorelli, plasticità memori della pregnanza di Michelangelo e della monumentalità di Picasso si alternano nelle opere di grande formato come nei suoi «box» (piccoli teatrini fantastici), in atmosfere visionarie e al tempo stesso assolutamente immanenti, dove mitologia e religiosità costituiscono modi diversi e complementari per avvicinare l'uomo, la sua storia, il mistero dell'esistenza. Di grande effetto la «Croce umana», potenti i ritratti della serie Black People, particolari i giardini dal singolare intreccio morfologico uomo-natura. A corredo dell'esposizione un catalogo edito da Mazzotta presenta gli interventi di Giorgio Cortenova ed Edward Lucie-Smith. Irma Blank allo Studio Tommaseo nella mostra «Avant-testo» (aperta fino al 6 gennaio 2005) espone dei lavori di grande suggestione. La sua ricerca sulla scrittura dopo la serie dedicata all'Iper-testo, viene ora a concentrarsi sul corpo, sul movimento rotatorio delle mani che tracciano segni circolari dall'esterno verso l'interno, ritmicamente, fino a creare una matassa inestricabile che ricopre l'intera superficie (in poliestere) di un'inattesa materia cromatica, intensamente evocativa, dall'effetto ipnotico. Secondo l'artista «scrivere è la via dell'essere. Scrivere è lasciarsi andare...alla scrittura, alla vita. All'oblìo. E' consegnarsi al flusso del tempo, senza opporre resistenza. Lascio che il testo si scriva. E' l'ignoto che abbiamo dentro: scrivere vuol dire raggiungerlo». Allo stesso modo allo spettatore che si lascia andare davanti a queste particolari scritture, sembrerà di essere attratto in una nuova e sconosciuta dimensione, segnata dal ritmo del respiro e dalla magia di un blu intenso e pulsante da cui è difficile separarsi. Dean Verzel & Goran Bertok sono presenti con «The Burning Cross» da Lipanjepuntin Artecontemporanea (fino all'1 dicembre). Viene così riproposta attraverso una serie di fotografie di grande formato e un video la performance/evento di due anni fa che aveva destato scandalo e diverse reazioni, sino all'accusa di oltraggio alla religione nei confronti dei due artisti sloveni. In verità l'aver inscenato il rogo della croce del XVI secolo di Strunjan in Slovenia (in nessun modo danneggiata dall'operazione dei due artisti) voleva significare la negazione di un simbolo di morte, «un nuovo ”urlo” dell'artista contemporaneo che nello smarrimento generale, vuol far sentire la sua voce, al di sopra delle regole prestabilite» aveva scritto Maria Campitelli a proposito di questa operazione presentata nell'ambito della mostra Shock&Show da lei curata nel 2002. Uno spazio migliore, più grande, più luminoso, avrebbe senza dubbio meritato la mostra che riassume gli ultimi trent'anni della produzione pittorica di LivioRosignano . Allestita nello spazio «Rosignano Arte» in via Boccardi 7/b (fino al 24 dicembre) la rassegna propone le opere nelle quali meglio si esprime la sensibilità dell'autore. Dipinti come «Bora in riva al mare», «Mare agitato», «Caffè San Marco» o «Inverno a Dachau» rappresentano insieme il modo di essere e di sentire di Rosignano capace, con la sua pennellata libera e sciolta, di trasfigurare la realtà in una pura atmosfera esistenziale. Tra le luci dei suoi caffè, gli sguardi e i gesti soltanto accennati dei suoi personaggi, le strade, la pioggia, il vento dei suoi paesaggi traspaiono sentimenti contrapposti, storie intrecciate, anonime e comuni, dalle quali pare affiorare l'anima stessa di Trieste. Alla Casa della Pietra ad Aurisina è allestita la mostra d'arte contemporanea organizzata dall'Art Gallery 2 di Trieste «Un mondo senza confini» (fino al 5 dicembre) dedicata Giuseppe Gorni (1894-1975). Le opere di 117 artisti provenienti per la maggior parte dalla nostra regione ma anche da Slovenia, Austria, Germania, Inghilterra, Spagna, Finlandia, Giappone e persino Polinesia vengono a rappresentare le più diverse tecniche e modalità espressive della creatività contemporanea. Con esiti altrettanto difformi gli autori propongono opere realizzate attraverso l'affresco, il pastello, il collage, la matita, la tecnica dell'encausto oltre all'olio, acrilico e qualche scultura. Franca Marri
TURRIACO È stato presentato ieri a Turriaco il «Lunarietto Giuliano 2005» edito dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione di Trieste-Gorizia, alla sua undicesima edizione e curato, per il quarto anno, da Carlo Ventura. A introdurre l’opera, il professor Tino Sangiglio, affiancato dal Gruppo costumi tradizionali bisiachi. Ha aperto la manifestazione il vice sindaco, Mario Schiavon, ringraziando l’Istituto per il momento di riflessione proposto, che favorisce l’integrazione di culture vicine, ma diverse e in stretta relazione. Sangiglio ha evidenziato i tratti salienti dell’opera introdotta da una copertina firmata dal pittore LivioRosignano, la riproduzione di un olio del ’96 che raffigura il Caffè San Marco di Trieste: e proprio al Caffè inteso come luogo di ritrovo, e, specie dalle nostre parti, di scambio culturale e commerciale, è dedicato il volume che, mese per mese propone i Caffè storici di Trieste, Gorizia e Gradisca. Il volume è composto da 7 rubriche che illustrano ricorrenze, i tempi andati, gli itinerari, le notizie storiche, le voci poetiche e simpatici aneddoti, documenti che scandiscono i mesi del 2005 rammentando ciò che avvenne in anni passati che hanno a che vedere con il numero 5. «La morale sottesa è vicinissima a quella che caratterizza un passo delle Operette morali del Leopardi - ha ricordato Sangiglio - quello relativo al ”Venditore di almanacchi”: ricorda il valore irrinunciabile della speranza per l’uomo, contro le indicazioni dell’esperienza e al di là di ogni ragionevole conclusione». La presentazione si è conclusa con la consegna della pubblicazione ai collaboratori bisiachi da parte del vice presidente dell’Istituto, Giorgio Candot, e un saluto del curatore Carlo Ventura. Elisa Baldo
MOSTRA TRIESTE Una sintesi interessante ed esaustiva delle capacità e del potenziale espressivo degli artisti delle nostre terre è offerta dall' VIII Biennale Giuliana d'Arte , rassegna internazionale d'arte contemporanea allestita in vari spazi espositivi a Trieste e a Grado. Curata da Luigi Pitacco e, sul piano critico, da Sergio Brossi, l'iniziativa è presente nella nostra città con una magnifica esposizione di grandi opere di quattro maestri della Regione visitabile fino al 28 giugno alla Biblioteca Statale di largo Papa Giovanni XXIII. Vi compare il pittore LivioRosignano , istriano d'origine (Pinguente, 1924), che propone un'intensa sequenza di lavori, in cui sono testimoniati alcuni momenti fondamentali della sua generosa creatività. Dal paesaggio carsico di vigne bruciate dal sole al toccante cenno pittorico che raffigura due popolane sferzate dalla pioggia e dalla bora, dall'autoritratto nello studio, sottolineato da quei contrappunti cromatici che hanno avvicinato più volte l'artista alla poetica fauve, dai contrasti di luci e ombre dell'interno di un antico caffè al messaggio più elevato di una crocifissione contemporanea, il linguaggio espressionista di Rosignano è presente in tutta la sua luce e la sua grandezza. Più criptico ed ermetico il lessico di Dante Pisani , classe 1924, muggesano, che ci propone la sua maniera più recente, espressa nell'ambito di una personale interpretazione della nuova figurazione: un'incalzante sequenza di tecniche miste di notevole valenza materica ci conduce sul filo di un racconto misterioso ed antico, che testimonia ancora una volta la capacità propria di quest'artista di rinnovare la sua ispirazione e di esprimerla con eleganza e fluente capacità tecnica. L'analisi del profondo condotta da Pisani culmina nella raffigurazione del Golem, in cui l'artista ripropone, quasi come «memento», le inquietanti fattezze dell'automa d'argilla delle leggende dell'Europa Orientale. Il taglio molto unitario e coerente della rassegna prosegue con due autori friulani, Sergio Altieri (Capriva del Friuli, 1930) e Cesare Mocchiutti (Villanova dello Judrio, 1916), accomunati dai sensi di un espressionismo fantastico ricco di quell'intrinseca bellezza che promana istintivamente dagli artisti fedeli al linguaggio neoromantico. Con gesto pittorico limpido e affascinante Altieri e Mocchiutti narrano e interpretano i sensi del profondo impatto tra il loro esistere e la natura dalla quale sono circondati: una simbiosi magica tra folate d'aria e di luce e pennellate intense per Altieri, un delicato, fervido lirismo senza tempo, intriso di freschezza e di malinconia, per Mocchiutti. L'itinerario si amplia a Grado con una grande esposizione dedicata allo stilista dalmata Ottavio Missoni (Ragusa, 1921), presente fino al 27 luglio al Centro Congressi con 25 opere, tra disegni da lui firmati e altri realizzati da collaboratori della sua Casa di moda. La rassegna, costellata dei patchwork soft, dei colori e del folclore vitale e soave che caratterizza la linea della celebre maison, si colloca a buon diritto fra le importanti, spettacolari rassegne che Missoni ha allestito nelle sedi più prestigiose del mondo, dopo i grandi successi acquisiti sulle passerelle italiane ed europee assieme alla moglie Rosita. Che lo stilista, il quale aveva da poco fondato a Trieste una piccola attività di maglieria sportiva, conobbe nel '48 mentre correva da finalista alle Olimpiadi di Londra nella gara dei 400 metri ad ostacoli. Un appuntamento ricco di temi e stili ci attende nelle sale Aiat e Git di Grado con le opere di più di 50 artisti provenienti dalla regione e dall'Austria, Slovenia e Croazia. Tra questi segnaliamo Chersicla, Ponte, Ducaton, Famà, Benci, Bernini, Bartoli, Caporali, Damiani, Jusic, Marsi, Nemarini, Pacor, Pavlovic, Pecelli, Pitacco, Siauss, Sivini, Svara. Tomasi, Tomassetti, Villibossi, Zulian. All'istriana Fernanda Goina Gordini è dedicato infine il Premio Biennale con un'antologica allestita nell'ex chiesa di S. Rocco. Marianna Accerboni
Come in un film disegnato, volti, figure, atmosfere, paesaggi e nature morte
Rosignano, tutta una vita in bianco e nero
TRIESTE Dopo la monografia dedicata alle opere pittoriche edita lo scorso anno, il pittore LivioRosignano presenta oggi alle 17.30 al Museo Revoltella un esaustivo volume, pubblicato anch'esso dalla Lint (pagg. 150, euro 20), in cui il «segno in bianco e nero» racconta con estro fedele alla realtà e ai moti dell'animo la sua esperienza umana, professionale e di vita. Interverranno la direttrice del Museo Maria Masau Dan e Enzo Santese, che firma la prefazione del volume assieme a Giulio Montenero e Sergio Pacor. Una vita, quella di Rosignano, iniziata a Pinguente in Istria nel 1924, ma proseguita poco dopo a Trieste nel popolare complesso del «Vaticano» a San Giacomo, all'Istituto Nautico, dove fu apprezzato dal pittore Giovanni Giordani, nello studio di San Giusto con il collega Vittorio Bergagna, alla Scuola di figura del Museo Revoltella sotto la guida di Edgardo Sambo e poi nelle nebbie milanesi, che lo indussero a una maniera pittorica più tonale e rarefatta. Ed infine ancora a Trieste. Una vita spesa tra ambasce (il campo di concentramento, i lutti familiari), periodi di creatività esaltante, bohéme, amici, baldoria, vino, silenzio, riflessione. Lo racconta il libro dei disegni, che racchiude ben 500 opere, in cui, come in un film, il segno efficace e sincero, sintetico e analitico al tempo stesso di Rosignano, ripercorre e ripropone stati d'animo, atmosfere, paesaggi e nature morte, volti e figure e, ogni tanto, quei suoi occhi un po' languidi e quasi addolorati, ricorrenti nell'autoritratto, che si accendono di quando in quando di un bagliore improvviso, così come il colore nelle opere ad olio o un guizzo magistrale di penna e di matita nel disegno. Nel volume traspare pure l'inclinazione verso la scrittura da parte dell'artista, il quale si racconta anche nell'ampio testo in prosa e poesia che accompagna le opere pubblicate, realizzate a penna, matita, carboncino, biro e inchiostro tra il 1942 e il 2004. «Per me - scrive Rosignano - il disegno è un modo di vivere con se stessi, un diario infinito, appassionato, una confessione, un modo di esprimersi in cui continuamente ci si rimette in discussione». Il disegno per l'artista è dunque come una palestra e il rapporto tra quest'ultimo e la pittura, strettissimo, «perché - afferma - quando penso un disegno, lo penso sempre in chiave pittorica e quando dipingo ad olio, lo faccio sempre a memoria, ma sulla traccia formidabile di migliaia di disegni». Alla traccia ineludibile del disegno è dedicata anche la rassegna che l'artista inaugurerà, subito dopo la presentazione del volume, nello spazio espositivo «Rosignano Arte» di via Boccardi 7/b: 160 lavori, realizzati negli ultimi sessant'anni, in mostra ogni giorno fino a Natale dalle 17.30 alle 19.30 (domenica esclusa). Marianna Accerboni
Magistrale interprete del concetto e del valore della «triestinità»
Il romanzo a colori di Rosignano
MOSTRE DEL NORDEST TRIESTE Alla Rettori Tribbio 2 fino al 30 giugno espone Livio Rosignano, presentato da Tullio Kezich con uno scritto che nel titolo parafrasa Svevo e allude alla coscienza dell'artista, al suo animo, alla sensibilità e al talento che gli hanno consentito di interpretare attraverso le proprie opere, forse meglio di chiunque altro, il concetto e il valore di «triestinità». La mostra ti viene incontro e ti avvolge come un grande affresco, quando entri in galleria; l'energia e la creatività di Rosignano sembrano essere capaci di generare sempre e ancora parole nuove, lievi sospensioni, bagliori di luce, fremiti dell'animo
ancora disattesi, che rendono questa rassegna perfettamente in linea con il lessico espressionista prediletto dal pittore, con le sue sensibilità fauve che accendono di contrappunti tonali e di timbri emozionali i muri plumbei, le gocce di pioggia e i momenti lividi dell'esistenza… Eppure la mostra scopre - pur nei temi consueti - nuovi orizzonti e nuove luci. È ancora un passo avanti, percorso da una creatività sensibilissima, che appare inesauribile. Aleggiano in galleria, ma meno che in altre occasioni, la bora e il vento: si schiude il colore minaccioso del mare in una giornata di bora quasi scura, in sintonia con lo stato d'animo di due anziani che chiacchierano lungo le rive. Poco più in là, un refolo, e il viandante senza tempo si aggrappa alle corde o alle catene, mentre non molto lontano la solitudine e lo sguardo un po' perso nel vuoto, o in attesa, di due poveri Cristi ci toccano il cuore: sono gli emarginati, gli eroi vinti che recitano nell'epica del quotidiano narrata da Rosignano con lacerante, intima crudezza e pietà. Li incontriamo nei bus, dove un giovane dallo sguardo abbagliato e ceruleo penzola, assente, dalle maniglie; li ritroviamo nelle vecchie osterie descritte dall'artista, che appaiono però meno fumose e oscure di un tempo, anzi, un raggio di luce turchese ne illumina i tavoli… più in là emergono un paesaggio invernale, rischiarato da un cielo azzurro/rosato, e un'altra veduta, esempio di pittura finissima, che l'artista titola «Paesaggio ridente». La rassegna sintetizza con efficacia il percorso creativo più recente di un pittore che, abituato a narrare anche con la penna, costruisce spesso nelle proprie opere, di getto, un racconto intimo e interiore. Una quarantina sono le opere esposte, tra cui un grande e coraggioso nudo di Marinella, nume tutelare della sua esistenza, capace di comunicare attraverso tecnologie multimediali il lessico antico della pittura, che, nel caso di Rosignano, è impreziosito da pazienti e sapienti velature. Molto interessanti - a proposito di novità - appaiono i due paesaggi che raccontano il Carso e il paese vicino a Pinguente, dove l'artista nacque nel 1924, per poi venire subito a Trieste, ad abitare nello storico complesso cosiddetto del «Vaticano», nel popoloso quartiere di San Giacomo. Sul limitare del quale l'artista vive ancora oggi: e sono di quelli e altri rioni popolari di Trieste, i personaggi e le atmosfere che caratterizzano la mostra. Nuovo è anche il vivace coacervo di tetti di un borgo sconosciuto, mentre ambiguo, un po' inquietante e molto convincente appare lo scorcio urbano, grigio, plumbeo e verdastro, che accoglie il gioco a nascondino di una bimba - puntino rosso di solitudine nel paesaggio di cemento - o le sue inquietudini. Mentre con una sciabolata del pennello è descritto il breve incontro di due giovani. Il nuovo romanzo a colori di Livio Rosignano si conclude qui, ricco, morbido, melanconico, spesso autobiografico, a volte leggermente ammiccante. Anche tragico nei ricordi, come quello dell'esangue prigioniero di Dachau. Racconto inesausto e brillante di luci rarefatte, ispirate al chiarismo lombardo, visto a Milano tanti anni fa, e di emozioni. Con un sottofondo ancora inquieto e ogni tanto turbato, come quello di Bacon. Alla prossima puntata.