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Livio Rosignano, poeta di fede e disincanto.

Alcuni anni fa, mentre stavamo chiacchierando in un’osteria,  nei pressi del suo studio, Rosignano,non mi ricordo a che proposito, a un certo punto, rivolgendosi a me ma anche al bicchiere che aveva davanti, disse::” e da questo momento può succedere di tutto”. Veramente lo disse in triestino, con quella famigliarità col destino, con l’assurdo e con l’imperscrutabile che solo il dialetto natìo può esprimere. Non ho mai dimenticato quella frase o meglio il modo in cui tu l’ha detta, il suo sguardo assorto, pieno di disincantata fraternità per il mondo. Fraternità verso gli uomini, i luoghi, le cose, verso la vita stessa; un sentimento corale di comune appartenenza e soprattutto di un comune cammino verso l’uscita di scena. Quelle parole, dette ovviamente senza alcuna pretesa sentenziosa, non erano certo, di per sé, niente di originale, perché sappiamo bene che sempre può succedere di tutto e che, come dice il vecchio proverbio ebraico, il mondo può essere distrutto fra la sera e il mattino.     

Ma la poesia – la poesia delle opere d’arte, ma anche quella creata con i gesti autentici della vita – non consiste in trovate eccentriche o eclatanti, bensì nell’intensità con la quale essa ci fa improvvisamente vedere o sentire ciò che avevamo sotto gli occhi ma di cui non ci eravamo veramente accorti; così,  dopo aver letto Sera di febbraio di Saba, guardiamo e percepiamo in altro modo il giorno che cala, il trascolorare delle ore.                                                                                                                                              

Da quella volta, grazie a quel gesto e a quelle  parole buttate lì senza farci troppo caso, io so veramente – con spontanea immediatezza, direi fisicamente, e non solo con consapevolezza intellettuale – che tutto può accadere; che la promiscuità di tragedia, felicità, banalità e squallore, descritta nelle pagine della letteratura mondiale e vissuta nella cronaca quotidiana dell’universo, aspetta fuori dalla mia porta, come la fila della gente davanti allo sportello d’un ufficio. Ma la tranquillità di Livio Rosignano,  quell’ indomita e bonaria dimestichezza con la sfinge che c’era nel suo gesto, mi insegna a non aver timore di quell’incertezza incombente, a non prendere neanche con troppa gravità il destino e a dirgli di non darsi troppe arie; mi aiuta dunque a vivere. La pittura di Rosignano è, fra tante cose, anche quel gesto, innalzato al piano di un’intesa, splendida arte. I suoi quadri hanno quella simbiosi di fede e disincanto che contrassegna la vera poesia, quella che non interessa soltanto le classificazioni critiche, ma arricchisce la vita e finisce per fare tutt’uno con essa. Disincanto, perché nei suoi caffé e nelle sue osterie, nei suoi vetri o specchi appannati, nei suoi  personaggi solitari e silenziosi, nei suoi vecchi malinconici e abbandonati che affondano come ombre nell’ombra, nei suoi muri screpolati, nello sguardo delle sue creature, c’è tutta l’esperienza del dolore e della solitudine, la coscienza del finale della partita, il naufragio e l’abbandono che l’esistenza ci riserva, il nulla che ci circonda. Fede, perché in ogni dettaglio, anche desolato, che il suo pennello fissa sulla tela c’è un tenace e indistruttibile amore per gli uomini; l’amorosa umiltà di chi condivide sino in fondo il destino di tutti e trova in questa partecipe fraternità il senso stesso della vita e la discreta, sommessa ma incancellabile forza di guardare in faccia la sua pena e di sopportarla.   Questa fraternità è dolente, perché quella strada che si percorre insieme è inevitabilmente in discesa ed è costellata di perdite, addii, sconfitte, dolori; è anche  una progressiva spoliazione. Rosignano coglie con grande intensità questa realtà di malinconia e di sofferenza: certi suoi volti – specie femminili – che dicono tanta desolazione e solitudine, certe figure nell’osteria o nelle strade, che esprimono in maniera indelebile un’esistenza ridotta ai margini, alla periferia della vita,lasciata in parte e dimenticata dal corso  del mondo, certi umili e poveri interni domestici non si dimenticano più. In breve, bellissimo saggio di più di vent’anni fa, Carlo Ulcigrai – un amico che ha reso più nobile la realtà di Trieste e la cui scomparsa ha lasciato in tutti noi un grande vuoto – parlava di Rosignano come di un “  poeta degli sconfitti e dei tormentati “, le cui creature corrose “ la vita sembra aver svuotato di ogni ricchezza “ .

Ma questo mondo di sconfitti non ha nulla di patetico, di debole, di fievole.

Sui volti di quei vinti – e anche sulle cose dimesse e appartate – c’è un’impronta di insopprimibile dignità. Non si tratta soltanto della dignità che compete alla sconfitta, che sola può ammantarsi di essa, perché è sulla sconfitta che riverberano la verità e la gloria; è essa che svela l’autentico volto della vita e la forza , umilmente eroica , di sopportarla. È della pietra rifiutata dai costruttori, dice la Scrittura, che il Signore fa la pietra angolare della sua casa. Nella malinconica dignità delle figure di Rosignano – e di tutto il suo mondo – c’è anche sanguigna vitalità , amore di vivere , ruvido e tenero piacere delle cose; c’è un piglio intrepido, lo spirito avventuroso e picaresco di chi cammina per le strade della terra ben sapendo , come gli eroi vagabondi dei romanzi picareschi, quanto esse siano polverose e faticose , ma anche piene di incanto, di luci improvvise, di orizzonti lontani , di pause accoglienti .

Così quel cammino in discesa diviene anche un vagabondare ricco di epifanie, di momenti godibili, di amicizia , di solidarietà . La vita la si può giocare e perdere in una partita a carte, ma una buona partita , vinta o perduta in un’osteria in cui si trovano pane e vino e buoni compagni di strada, vale la pena di essere giocata e vissuta. 

Nei quadri di Rosignano c’è il presente, l’assoluto dell’istante – prendere il bicchiere, guardare, lasciare errare i pensieri, star seduto al caffè o all’osteria.. Non c’è velocità, ma lentezza, calma, il ritmo largo e lento della vita, del grano che matura, della parete che si copre d’incrostazioni, del vino che invecchia

 C’è soprattutto libertà, una grande , irriducibile libertà; un’estrema resistenza dell’individuo – solo, inerme, malmesso, ma caparbiamente fedele a se stesso – all’ingranaggio sociale che vorrebbe assorbirlo, livellarlo, uniformarlo, renderlo interscambiabile  come un oggetto prodotto in serie.   

 L’ingranaggio non ci riesce e allora espelle il riottoso individuo, lo emargina, ne fa un randagio. Questa estromissione gli conferisce tuttavia l’indistruttibile libertà di chi è solo se stesso, ma , grazie a ciò, è appunto se stesso, come il santo bevitore di Joseph Roth. Forse molti personaggi di Rosignano sono dei santi, senza saperlo. Certo, non tutti coloro che hanno avuto la fortuna di essere ritratti da Rosignano possono illudersi di assomigliare a quelle sue altre figure , libere e oscure , che devono un bicchiere al banco di un’osteria. Ma far parte di quella galleria è comunque una buona premessa per poter forse  diventare un giorno anche noi come gli uomini e le donne di quell’ombra così calda di umanità. Un’umile ma anche sanguigna e picaresca umanità c’è anche nelle belle pagine della Feldpost 15843, che fanno di Rosignano, nella schietta testimonianza della nostra tragica storia, uno scrittore: penso – per fare un esempio fra i tanti – a quell’ indimenticabile momento in cui, nel campo di lavoro tedesco nel quale è prigioniero per essersi ribellato alla chiamata del Leviatano – naturalmente non ha certo l’intenzione di lavorare per la grandezza del Reich – per un attimo, colpito dal dolore del soldato tedesco, che è il suo sorvegliante – nemico ma ha appena perso sotto le bombe la sua famiglia, egli si mette – per la prima volta – a scavare più forte nella buca, simile a quella in cui immagina siano sepolti i suoi.  Chi come me, non ha né la possibilità né la capacità di scrivere uno studio critico sulla sua pittura, pur sentendola così vicina, può solo dire grazie a Rosignano per la sua arte, per quei caffé e osterie che sono un nostro Teatro del Mondo, una sballottata ma accogliente arca di Noè,  che forse non ci salverà dal diluvio ma ci permette di amare i compagni di viaggio, di fare qualche partita.

Sono felice che un quadro di Livio Rosignano illustri la copertina di un mio libro, La mostra; non è un caso che sia una sua opera a rappresentare un libro che è così intensamente, dolorosamente, radicalmente espressione della mia vita. E sarei felice se un giorno si dicesse di un mio libro ciò che Carlo Ulcigrai ha detto di un suo quadro:: “una semplice frase senza nulla di angoscioso: un messaggio lasciato là ai piedi del cavalletto, un “torno subito” indirizzato alla Parca”.

                                                                                                     Claudio Magris.

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Una dolente e picaresca fraternità.

Fraternità verso gli uomini, i luoghi, le cose, verso la vita stessa; un sentimento corale di comune appartenenza e soprattutto di un comune cammino verso l’uscita di scena.

Rosignano, con la sua arte – e già con la sua umanità, con la sua persona – è un amico che ci accompagna su questa strada; chi ama la sua pittura la sente accanto a sé nel suo cammino, al proprio fianco.

Questa fraternità è dolente, perché quella strada che si percorre insieme è inevitabilmente in discesa ed è costellata di perdite, addii, sconfitte, dolori da una progressiva spogliazione. Rosignano coglie con grande intensità questa realtà di malinconia e di sofferenza: certi suoi volti – specie femminili – che dicono tanta desolazione e solitudine, certe figure nell’osteria o nelle strade, che esprimono in maniera indelebile un’esistenza ridotta ai margini, alla periferia della vita,lasciata in parte e dimenticata dal corso  del mondo, certi umili e poveri interni domestici non si dimenticano più.

In breve, bellissimo saggio di più di vent’anni fa, Carlo Ulcigrai – un amico che ha reso più nobile la realtà di Trieste e la cui scomparsa ha lasciato in tutti noi un grande vuoto – parlava di Rosignano come di un “  poeta degli sconfitti e dei tormentati “, le cui creature corrose “ la vita sembra aver svuotato di ogni ricchezza “.

Ma questo mondo di sconfitti non ha nulla di patetico, di debole, di fievole. Sui volti di quei vinti – e anche sulle cose dimesse e appartate – c’è un’impronta di insopprimibile dignità. Non si tratta soltanto della dignità che compete alla sconfitta, che solo può ammantarsi di essa, perché è sulla sconfitta che riverberano la verità e la gloria; è essa che svela l’autentico volto della vita e la forza , umilmente eroica , di sopportarla.

È della pietra rifiutata dai costruttori, dice la Scrittura, che il Signore fa la pietra angolare della sua casa.

          Nella malinconica dignità delle figure di Rosignano – e di tutto il suo mondo – c’è anche sanguigna vitalità , amore di vivere , ruvido e tenero piacere delle cose; c’è un piglio intrepido, lo spirito avventuroso e picaresco di chi cammina per le strade della terra ben sapendo , come gli eroi vagabondi dei romanzi picareschi, quanto esse siano polverose e faticose , ma anche piene di incanto, di luci improvvise, di orizzonti lontani , di pause accoglienti . Così quel cammino in discesa diviene anche un vagabondare ricco di epifanie, di momenti godibili, di amicizia , di solidarietà . La vita la si può giocare e perdere in una partita a carte, ma una buona partita , vinta o perduta in un’osteria in cui si trovano pane e vino e buoni compagni di strada, vale la pena di essere giocata e vissuta.

          C’è in Rosignano un nodo indissolubile di fede e disincanto ed è forse questo che me lo fa sentire così vicino. Il disincanto impedisce di illudersi, mostra come vanno a finire le cose, dà la consapevolezza che si è fuori dal paradiso terrestre, che un peccato originale, qualunque esso sia, è stato commesso e che ogni facile innocenza è perduta, che la vita non è felicità ma dolore, che non siamo nella Terra Promessa ma nel deserto.

La fede si ostina ad affermare un irriducibile significato nascosto nel polverio degli eventi ; a proseguire il cammino nel deserto o verso la Terra Promessa pur sapendo di non potervi mai giungere , a credere , nonostante tutto , nel senso e nel valore della vita.

          E’il lucido sguardo sul nulla e sul buio che permette a Rosignano di amare, di provare pietà ma anche tenerezza e desiderio per il mondo e le sue creature. C’è in lui, nella sua pittura, quella famigliarità con la morte che è anche sua accettazione e insieme ironica confidenza, quasi presa in giro – ciò che fa di alcuni suoi quadri, ha scritto Ulcigrai, una specie di biglietto  “ torno subito “ indirizzato alla Parca . La sua arte è essenziale e tutta rivolta agli aspetti essenziali della vita, a quell’asciutta assolutezza esistenziale che si raggiunge  quando ci si spoglia di ogni superfluo , non solo di orpelli e vanagloria, ma anche  di progetti , programmi, mete.

Resta allora solo la vita, il puro vivere – la persuasione , direbbe Michelstaedter, l’attimo assaporato a fondo per se stesso, non sacrificato a nessuna ulteriore meta da conquistare, a nessun progetto da realizzare, a nessun futuro.

          Nei quadri di Rosignano non c’è futuro, il futuro che brucia il presente, che spesso desideriamo raggiungere in fretta per ottenere qualcosa o sfuggire a qualcosa, in cui ci precipitiamo a velocità sempre più grande, annientando e bruciando il presente, l’unica via che abbiamo , che possiamo amare, toccare, gustare, godere.

Nei quadri di Rosignano c’è il presente , l’assoluto dell’istante – prendere il bicchiere , guardare, lasciare errare i pensieri, star seduto al caffé o all’osteria. Non c’è velocità, ma lentezza, calma, il ritmo largo  e lento della vita, del grano che matura, della parete che si copre d’incrostazioni, del vino che invecchia. C’è soprattutto libertà, una grande , irriducibile libertà, un’estrema resistenza dell’individuo – solo, inerme, malmesso, ma caparbiamente fedele a se stesso – all’ingranaggio sociale che vorrebbe assorbirlo, livellarlo, uniformarlo, renderlo interscambiabile come un oggetto prodotto in serie.

  L’ingranaggio non ci riesce e allora espelle il riottoso individuo, lo emargina, ne fa un randagio.

Questa estromissione gli conferisce tuttavia un’indistruttibile libertà di chi è solo se stesso, ma , grazie a ciò, è appunto se stesso, come il santo bevitore di Joseph Roth.

Forse molti personaggi di Rosignano sono dei santi, senza saperlo. Certo , non tutti coloro che hanno avuto la fortuna di essere ritratti da Rosignano possono illudersi di assomigliare a quelle sue altre figure , libere e oscure , che devono un bicchiere al banco di un’osteria, anche se ci piacerebbe coltivare quest’ illusione.

Ma far parte di quella galleria è comunque una buona premessa per poter forse  diventare un giorno anche noi come gli uomini e le donne di quell’ombra così calda di umanità.  

Claudio Magris.

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