line decor
 
line decor
   
 

Presentazione mostra antologica "Palazzo Costanzi "- Trieste,ottobre 1978

 

Nel segno della poesia

1978

…Ut pictura poesis. Da anni, forse da sempre, il solitario Livio viene smontando e rimontando, nel segno ineffabile della poesia ( una poesia tesa, con coerenza e lucidità,all’esaltazione e alla sublimazione del sentimento dell’ora e delle piccole cose di ogni giorno: sembianze vive e defunte, relitti di civiltà , fantasmi palesi ed occulti , specole di storia , luoghi della coscienza e luoghi della memoria o della nostalgia , ad esempio ), il suo allusivo ed imparziale tribunale dell’inquisizione : qui infatti , tra le pieghe di questo ininterrotto e ansioso racconto per immagini , i riti e i miti sembrano coesistere – dentro e oltre l’eredità e l’epica del quotidiano – come prova suprema della disponibilità dell’uomo contemporaneo ; una disponibilità a fantasticare e, insieme , una disponibilità a violentare ed autoviolentarsi

Ed è l’uomo stesso, fragile e nevrotico saltimbanco del pianeta tecnologico, che accede e smorza, tra automatismo e terrore, le luci della ribalta: quella ribalta (certi angoli di Trieste o i labirinti di un fascinoso giardino dei supplizi, indifferentemente) sulla quale Rosignano continua ad allineare, grazie ai sortilegi di un avventante gioco delle parti, i vizi e i mali oscuri che regolano e governano, all’insegna delle passioni e degli incubi, i gesti e i pensieri dell’eliotiano “uomo vuoto” di questo lungo e patetico secondo dopoguerra. Si che nell’iterazione dei nessi logici e sintattici – schermi che concentrano e dilatano, senza soluzioni di continuità, scorci  di avventure interiori in una congerie di similitudini o di raffinate prospettive sghembe – La pittura di Rosignano ha acquistato, in queste ultime quattro – cinque stagioni, in valore proiettivo ed allegorico a cui aveva sempre mirato.
 E’ il naturale e proficuo approdo di una contemplazione dinamica e costruttivamente libera degli alterni umori dell’universo in bilico tra fisica e metafisica, tra cognizione del dolore ed enigma dell’ora, tra progetto e destino: apparizioni, riflessi, elegie, epigrammi,citazioni, dediche rientrate, folgorazioni, fuochi fatui, spazi concavi e convessi, interni – esterni ribaltati, riquadri e strisce di colore puro o impastato (e di arabeschi in bianco e nero) mediante i quali  Rosignano ripropone ed esalta, sullo slancio di un commosso saggio di idealità e di utopie, la natura berberica e gioiosa del dipingere, del disegnare e dell’incidere ( una natura che, e le opere qui riprodotte sono la riprova più lampante di quanto andiamo affermando, non si è mai persa dietro alle effimere oscillazioni degli “ismi” o delle mode, ma che, a ben leggere tra partitura e partitura, è venuta rivelandosi e precisandosi di meditazione in meditazione e, appunto, di poesia in poesia).
 Ed è evidente, inoltre, che, di sequenza in sequenza (figure solitarie e gruppi di figure in un interno di caffè o di osteria, figure in attesa sul molo, figure battute dal vento o dalla pioggia; uomini e donne, insomma, che parlottano, che imprecano, che fingono d’inseguirsi, che si sbirciano, che si riconoscono oltre i vetri di una finestra, che chiedono, con gli occhi, una parola di comprensione o poco più, che si interrogano a vicenda, che sostano, come per riprendere fiato, all’angolo di una stradina male illuminata o che cercano di annullare, nei fiumi dell’alcool, le miserie e i tradimenti di una vita che, nonostante le consuete esortazioni strappalacrime, si paga, amaramente, morendo – non solo materialmente – giorno dopo giorno. Ed è affascinante a vedersi, davanti a queste sequenze – figure, luoghi chiusi, luoghi aperti e rari, umanissimi oggetti -, come dalla delicatezza nasca l’energia, dalla discrezione la verità, dall’intimo spirituale l’esplicito lirico, dal fantasma la cosa; di qui, in altre parole, una severa polifonia figurale che scorre e si decanta tra l’immaginario e il reale, tra ciò che si inventa o si ricorda e ciò che si vede o si tocca con mano, tra l’evocazione e la presenza), Rosignano continua a sondare, in punta di pennello o di bulino, la profondità della nostra coscienza: risveglia dolore, orrore, nostalgia e pietà.
Tende a fare chirurgia. Non a caso, infatti, quando si parla o si scrive di un pittore come Rosignano, il retroterra da individuare, per una ulteriore verifica di queste sue inconfondibili epifanie, riguarda più la sua psiche che la sua predisposizione a sognare, più la sua etica che la sua estetica. Bisogna, cioè, cercare l’”animale” che è in lui, indagare nei suoi affetti, nelle sue paure, nei suoi silenzi, nelle sue allegrie improvvise. Bisogna tornare sempre, nel bene e nel male, sui luoghi sacri e profani della singolare preistoria dell’artista: il lento e irreversibile declino del “paese dell’anima”, la caduta della civiltà del villaggio, lo sgretolarsi del pianeta speranza, il disperdersi delle feste e del sapore dell’infanzia e l’avvento, non previsto (né reclamato), delle luci incerte, la dilatazione allucinante delle ombre della notte, la perdita dell’innocenza e dell’identità; tutti spunti che possono rivelarsi quanto mai utili per entrare, tra sussurri e grida, nella “luce delle cose” di Rosignano (una luce che non arriva mai violenta a drammatizzare gli eventi, che non fa chiaroscuro fine a se stesso, ma inonda e fissa, di posa in posa, ogni frammento dei corpi e degli oggetti abbandonati o appoggiati su uno sfondo, apparentemente inerte, che si rigenera e si riabilita, come per incanto, mediante sottili e incessanti mediazioni e modulazioni sotterranee).Ma non si creda, per carità, che Rosignano sia un astrologo in vena di malinconie o di rimpianti, un moralista (se non nel senso, è sottinteso, che tanto le favole quanto le tragedie hanno in sé una loro precisa morale), un dispensatore di immagini a buon mercato o, perché no?, un utopista alle prese con l’ennesima confessione di Godot: egli non si propone, difatti, di ristabilire una condizione di originaria purezza e integrità dell’essere ma, piuttosto, di scuotere dall’atavico torpore o dalla penosa pigrizia mentale il folletto che è dentro ciascuno di noi; così come, con le sue figure e con i suoi interni – esterni, cerca di farci capire che non è davvero il caso di separare il segno dalla parola, che è anch’essa un fenomeno (sottoposto a pressioni ed usure: proprio come la “luce”, diretta o indiretta, delle sue “cose” animate e inanimate) fatto di spazio e di tempo, e che, nonostante le mutilazioni o le devastazioni più impensabili, la si può sempre vedere e configurare, e non per via di metafora, in linee e colori, in reticolati e cifre, in codici e moduli esplicativi (tutt’altro che semplice, di conseguenza, è il carattere o, meglio, il timbro della sua iconografia, tutt’altro che facile è il senso delle sue enunciazioni neofigurative. Nella dimensione emotiva della sua ispirazione e della sua declamazione a misura d’uomo, la presenza di una acuta
inquietudine intellettuale genera una sorta di attesa, di stupefatta invocazione, anche illuminata e illuminante autocritica, da cui le figure e le cose si trovano avvolte, talvolta sembrerebbe controvoglia, come da un velo d’impalpabile solitudine). Una solitudine che, di soggetto in soggetto, riaffiora per coagulazione e per acumulo, allo stesso modo che lo spazio – sfondo in cui si dibattono o galleggiano i suoi personaggi e i suoi trofei riaffiora e si sublima per l’assottigliarsi e l’alleggerirsi della materia: e  poiché ogni valore si stabilisce in una qualità, non solo di colore ma anche di aggregazione fisica del pigmento, tra quei valori e quei filtri non esistono passaggi o rapporti particolari e la relazione avviene per sovrapposizione e compenetrazione d’immagini (tanto è vero che il rigore compositivo, tipico delle figure in genere e di certi “tagli” dell’artista, non si sostituisce meccanicamente o casualmente, nell’economia della rappresentazione, al messaggio poetico, ma lo rafforza, all’occorrenza, in un crescendo di campiture e di tensione ideologica). E non ci sembra superfluo insistere ancora, a questo punto, sul fatto che la materia di Rosignano, contrariamente alle apparenze, venga avanti complicandosi (a dispetto, appunto, della sua presunta semplicità), captando e assimilando ogni sorta di pulsione, incorporando aspetti o momenti del reale, saturandosi d’esperienza totalmente vissuta; e, soprattutto, ritrovando nella propria genesi autenticamente pittorica (ma il discorso vale anche per i disegni e per le incisioni) le ragioni di un’elevata letteratura, di un’elaborata elezione poetica (infatti, quanto più  quella materia cresce e matura, tanto più dichiara la propria non disponibilità ai richiami degli innumerevoli “trucchi” – esemplare, in proposito, questa annotazione di Carlo  Ulcigrai: “Tante volte mi sono scoperto a pensare come non ci sia, in te, neanche un briciolo dell’artista “faustiano” e che se ti fosse dato di scambiare magari un solo frammento di anima per magiche rivelazioni e per una più durevole forza, tu rifiuteresti il patto. Continueresti invece a cercare con le tue sole energie, perché la forza ti attrae finché resta forza dell’uomo. Ma senza superbia: con fierezza, si, e con pudica, incorrotta pietà” -, cioè discopre la propria natura di sostanza creata, nel corso di una lunga e attiva tradizione, per essere la sostanza specifica dell’immagine, quella senza cui la fisica realtà della “visione”, che pure è parte essenziale del processo mentale, non potrebbe mai farsi fenomeno, anzi non potrebbe, a lume di logica, neppure esistere o sussistere).
Ed ecco, a nostro avviso, il motivo del perché i materiali con cui lavora Rosignano non sono “sensazioni” fresche istantanee, ma quasi esangui e malinconiche sedimentazioni e rispondenze della memoria (una memoria, comunque, sempre strettamente collegata o rapportata alle nozioni e ai flussi della percezione quotidiana): valori per certi aspetti ormai sperimentati e assorbiti e che tuttavia è indispensabile rimettere in discussione,, dall’alba al tramonto e viceversa  ( “gli uomini e le cose che ci circondano sono, secondo me, il veicolo più certo che può condurre alla poesia. Trascurare il metro con cui ci misuriamo, e le cose in cui ci ritroviamo, per me è una bestemmia”, confessa Rosignano), nella ripetizione incontrollabile dell’esistenza. Ciò che si gioca, infatti, in questa scelta o in questa negazione di ogni istante, non è soltanto la luce degli occhi o lo spessore dei corpi (ombre o diafane silhouettes, a seconda dei frangenti) dei suoi personaggi anonimi o riconoscibilissimi (eccellente la serie degli autoritratti e il commosso ritratto del padre), la consistenza e la staticità dei suoi oggetti abituali (l’emblematico  turgore delle borse di plastica, il silenzio che ronza dentro i fiaschi vuoti, le bottiglie e i vasi di vetro nei quali cercheresti inutilmente la più piccola traccia di un fiore appena colto o di un fiore serenamente appassito, i tavoli deserti di qualche antico caffè decaduto, l’ordinato gruppetto di sedie in attesa) o la reputazione del nostro più o meno sbandierato “saper guardare” un quadro, ma tutta una storia – la storia di una vita lealmente dedicata alla pittura

(“Noi artisti di una città ormai scaduta a livello provinciale, non possiamo dolerci – sono sempre parole di Rosignano – di essere estromessi dal “giro”  in cui alita il respiro più vivo dell’arte contemporanea”)

che, come è già stato sottolineato a più riprese  (da Enzo Betizza, Decio Gioseffi, Giulio Montenero, Luigi Ferrante, Roberto Damiani, Mario De Micheli, Gino Traversi                                                                                                                                                                                                                                 Luigi  Cavallai, Giorgio Maschera, Biagio Marin  Paolo Rizzi, Franco Passoni,   Garibaldo Marussi, Carlo Ulcigrai   Paolo Rizzi, Franco Passoni,   Garibaldo Marussi, Carlo Munari,Libero Mazzi, Luciano Budigna, Mario Lepore, Felice Ballero,e Mario Monteverdi, tanto per citare i primi nomi che ci tornano in mente), non potrebbe essere più legittima, esplicita e veritiera .
Una storia presentificata e una storia che si identifica, puntualmente, con la nostra esperienza e con il nostro “vissuto” fra ieri e oggi, tra inutili fasti e assurdi preconcetti, tra passioni lungamente covate in petto e furori trattenuti a stento: ed ecco perché, sul versante “maledetto” (quello del dolore vecchio come il mondo o quello del destino ineluttabile), la materia di Rosignano è sensibile, come una pellicola, alle ansie, alle paure,, alle violenze, alle decisioni, alle lusinghe che durano lo spazio di un mattino e gli enigmi della “vita morale” (“La mia pittura vuole stabilire come io viva il contesto cui appartengo. Altrimenti sarebbe mentire”). E ancora: “La mia pittura vuole rispecchiare la mia moralità”); una materia, ora compatta e ora come corrosa dentro e fuori, in cui si adagia e si esemplifica – tra il polimorfismo delle figure in primo piano e il sottofondo musicale ritmato dal susseguirsi di reliquie e di sembianze dislocate o riesumate all’interno di ben mimetizzati “vuoti” in presa diretta – il complesso patrimonio dell’antiretorica e disincantata requisitoria esornativa di Rosignano. Un uomo e un artista che non ha mai smesso di ricordarci – con voce a volte perentoria e a volte sommessa – che la libertà non esiste in astratto (“La rivoluzione è in noi: l’uomo è pittura e la pittura è libertà”) e che, anche nel profondo dei meandri e della strumentabilità di rivincita che va alimentata e difesa con una lotta senza quartiere (una lotta, è sottinteso, all’insegna del “fare cronaca” e del “fare pittura”: “E’ bello ricordare come tutto nasca nell’ordine del quotidiano “andare a bottega”, dove tante cose hanno i nomi umili del mestiere. Per questo mestiere di ogni giorno tu usi, qualche volta, un’espressione dimessa e un poco ironica: “vado” dici “a grattare”. Ma l’espressione diventa sostanza poetica. Perché  “grattata” è davvero la pietra alla quale appoggi le figure insaccate, sempre in procinto di mettersi in moto verso un altrove altrettanto precario; e così gli intonaci sfaldati di certi muri, grattati al punto di liberarne voci per dire le storie che vi erano incise; e le cortecce di vecchi alberi, riflesso di volti fatti rugosi dal tempo; e le cornici e gli specchi dei caffè, con i loro ori corrosi e sfatti; e i legni dei banconi e dei tavolini di osteria intrisi di umori umani; grattati, fino a farli stridere sotto l’unghia, i fagotti di nailon colorati che fioriscono i selciati del borgo teresiano.
La stessa corrosione è nelle cose e sulle facce, e vi sta scritta una identica storia. Creature che la vita sembra avere svuotato di ogni ricchezza popolano il tuo mondo:ma a loro tu sai restituire il soffio di vita cui restare attaccati, quel dono che nessuno può toglierci, quella scintilla di umanità – né grande né piccola, né superba né umile – che è la loro lacerata bandiera. Poeta degli sconfitti e dei tormentati, c’è nel tuo vivere – come nell’operare – una vena ruvida e nobile insieme: sono gli umori aspri delle radici istriane, che avverto con nuova trepidazione anche per questi tuoi doni”, Ulcigrai).
Ma veniamo, adesso, al segno di Rosignano. Quello che fa riconoscere, a prima vista, un dipinto, un disegno o un’incisione di questo colto pittore – poeta (“Rosignano è oggi l’autentico poeta di Trieste. L’artista roccioso e delicato che ne rileva la vicenda storica, ne registra i complessi meccanismi sociali, ne rappresenta ed emblematizza la condizione mentale. Non è certo una città idealizzata. Simile a Francis Bacon, Rosignano “sublima ma non idealizza”: e deforma, radicalizza, scava fondo per assimilare nel discorso pittorico il senso intimo del reale che decade, si guasta e si dissolve.
Coscienza di una crisi, la sua: non mito”, per dirla con Roberto Damiani) è la presenza, immancabile, di un determinato segno: un segno che può variare nella conformazione, nelle dimensioni e nel colore; mai, comunque, nella sua struttura vera e propria. E benché simbolico, è un segno che non vuole essere interpretato né tradotto: e non è neanche una sigla; torna, puntualmente, sulla superficie della tela o del foglio, in situazioni di spazio e di tempo che sono sempre ben definite, ma che – fortunatamente – non subiscono mai al pur allettante richiamo di uno schema a senso obbligato e inalterabile. Il suo apparire coincide col fissarsi dell’immagine; e il suo “contorno” ingrana come la ruota dentata di un meccanismo di precisione. Ed è evidente dalla sua struttura (che è un insieme di linee curve, verticali, orizzontali e oblique) che questo segno è, all’origine, una sorta di fregio o di unità di misura allo stato di magma: successivamente, la curva acquista i “tratti” di un orizzonte più o meno aperto, mentre le linee parallele o sovrapposte riassumono, nella più concisa sintesi grafica e plastica, le sempre nuove interferenze – un’alterazione dei neri, dei grigi o dei rossi, o la soppressione di un contorno o di una sfumatura, ad esempio – che rilanciano e moltiplicano , tra partenze e ritorni, lo spessore e i contesti di un’imponente gamma di intervalli qualitativi e di slanci interlocutori sostenuti e animati da un ductus continuato e rivelatore. 
Si che nelle pagine di Rosignano ogni fatto formale e coloristico non vuole decifrare un’emozione o una scoperta ma essere – grazie a questo segno-scrittura – direttamente emotivo: ed è evidente, di conseguenza, che questa intensificazione dipende proprio dal distaccarsi dell’emozione dall’oggetto a cui era inizialmente legata, dal suo porsi come nota autonoma e significante di un dato momento psicologico ravvisabile in una sagoma che tende a identificarsi in una fattispecie di caleidoscopica ronda che rigenera ogni costante linguistica in nuovi simboli e in nuove e stimolanti allegorie (“Il linguaggio di Rosignano si eleva così a linguaggio autonomo e inconfondibile. Lo studio meticoloso del soggetto, la preparazione del bozzetto, la scelta meditata dei colori sono il primo atto di un processo che si definisce in costanti specialissime: la molteplicità degli strati per guadagnare l’impasto ultimo, l’equilibrio dei toni, la verifica del risultato d’insieme…Rosignano è moderno senza concedere nulla alle mode. Ricco di scrupoli professionali avulsi dalle leggi del mercato, piuttosto che sconvolgere e rovesciare la realtà fenomenica preferisce scorciarla da prospettive personalissime a brani, squarci, momenti che sono le tessere di un segreto da svelare giorno per giorno. E restituisce dignità al lavoro con la sapiente officina attraverso cui si propone di essre sulla tela quanto più umano possibile”,Damiani)
E se è vero, ancora, che l’incanto della scrittura di Rosignano (una scrittura che non prepara la scena – né con pregiudiziali di poetica né con inutili forzature dei moduli grammaticali - ,bensì mira a sciogliere i molti nodi di una situazione ideologica e culturale attentamente seguita, dal 1949 – 50 in poi, in tutti i suoi alti e bassi: “negli ultimi vent’anni la cultura triestina ha vissuto sorti incerte. E la città ha tentato di caricarsi di glorie che non le spettano. All’imbocco di qualche strada ha scolpito a epigrafe i versi di Saba, che di Trieste amava la “grazia scontrosa” e non lo spirito ottuso. Ha scoperto lapidi e busti. Si è inorgoglita in celebrazioni e ricorrenze. Si è guardata d’attorno per domandare conferme, meravigliandosi – in fondo – che le derivasse fama proprio da personaggi in cui non s’era mai riconosciuta: città gentilissima, soddisfatta che ogni guizzo culturale si ammorbidisca, acquieti, comprometta e vanifichi nel sospetto di collusioni politiche, nell’antiletterarietà
astuta degli scrivani di mestiere e nelle oleografie ben retribuite dei pittori dozzinali”, Damiani) sta proprio nella  sua duttilità e nella sua flessibilità, è anche vero, di seguito, che ciascuno di noi può nascondere, in quella scrittura, una sua riflessione, una sua speranza o una sua delusione d’amore, così come ciascuno di noi può esprimervi intenzionalmente il proprio hic et nune esistenziale (“Ti riconosco nella fermezza nutrita di fede, tanto più salda quanto più, intorno, tutto sembra turbarsi e turbare; e ascolto i tuoi coraggiosi silenzi. Ci vuole, oggi, tanto coraggio a difenderli. La tua verità diventa allora la nostra, ci arricchisce e ci conforta: ci aiuta, affrancati dalle ansie, dai cedimenti e dagli inutili orgogli, a non credere più se non in quello che dura”, Ulcigrai ). Ed è difficile, di contro, che in questa scrittura ci sia posto per uno sgorbio o per un lapsus: ogni documento ha un fascino particolare e contiene in sé i germi tipici della rivelazione, del sogno interrotto al momento giusto e dell’iterazione segnica; una scrittura, quindi, che è e vuole essere considerata come nitida e tangibile figurazione di una consapevole e ricorrente “cognizione del sopravvivere” e che, nel contempo, è il coronamento di un toccare appena e di un ritoccare subito dopo (di cui la minuziosa ricognizione di Rosignano sulla lastra di zinco o sul foglio da disegno), come si trattasse sempre di provare una scorciatoia inconsueta o di saggiare, anche per la via estrema della negazione, la resistenza di questa o di quella nervatura o, mutatis mutatis, di questa o di quella trasposizione della tensione e della direzionalità di una linea obliqua o di una linea tratteggiata in uno spazio ora intravisto come dal finestrino di una macchina in corsa e ora del tutto inventato (“Rosignano è artista nobile. A cinquant’anni serba nella pittura la stessa fede che animava Slataper nelle “lettere” vociane e nelle favole delicatissime per  “La Riviera Ligure”, rinnova la castità intelligente e caustica di Saba, si da restituire alla tela atmosfere sciolte da lacci manieristici; per il mondo degli umili e dei derelitti mostra la stessa attenzione che fece dell’aristocratico Giotti uno tra gli interpreti più duri del terzo stato e della terza età. Archetipi mai pittorici. Rosignano gestisce la politica del dissenso – dalle formule, dalla Trieste che s’è detta, dalla civiltà dei consumi dal conformismo spettacolare delle arti di regime – senza l’empito e il furore dei distruttori d’idolo, semplicemente. E non ne ha.
Dalle lettere dei caduti della resistenza ho tratto un grande insegnamento: loro si richiamavano alla realtà, non a mere astrazioni.
Il sentimento esalta e indirizza questo rispetto filologico per la prassi. Proprio così, lo chiama Rosignano. Sentimento. E dovrebbe dire intuito, capacità di porsi con solidità d’impegno maturo di fronte al dramma dell’esistenza, proposito testardo di sviscerare quella “verità del tutto” che è nelle singole cose”, Damiani).
Ma una posizione così coerente e inflessibile ( giustamente, presentando le nuove incisioni di Rosignano, Libero Mazzi parla di “un distillato di coerenza” e di “un segno decifrabile di poesia e di solitudine”) non avrà rallentato, a lungo andare, il suo slancio di qualche anno addietro? Il suo rigore (anche nelle variazioni quasi impercettibili su questo o su quel tema) non sarà diventato un freno alla libertà d’invenzione? Opere recenti sotto gli occhi, diremmo proprio di no. Rosignano ha capito da un pezzo, infatti che si può costruire con un soffio (un soffio di poesia, come abbiamo visto) e che, subito dopo, si può distruggere tutto con uno sbadiglio o con un sorriso; anche con una forzata stretta di mano o facendo finta di improvvisare puerili recite ammaestrate. Ed ha sempre dovuto conciliare la sua esperienza di pittore con il suo amore per la pittura; tanto che verrebbe da chiedersi come abbia fatto a sopportare le parentele, talvolta del tutto arbitrarie, che gli sono state attribuite dagli immancabili e sedicenti apprendisti stregoni. Dal canto suo, comunque, Rosignano non ha mai perso tempo con le nostre fisime e con le nostre ubbìe; non ha mai rincorso chimere, sinistre luminarie celebrative o domenicali “riconoscimenti ufficiali”Ha sempre badato, invece (e saggiamente), alla qualità e alla tenuta della sua grammatica: una grammatica che, anche se via via piegata alle soluzioni o alle mediazioni più ardite, continua ad oscillare e a rinnovarsi con la regolarità di un pendolo che, di battito in battito, sembra volerci incitare a ripercorrere, anche in questi tempi d’eclisse, il chapliniano cammino della speranza. E si osservi, allora, con quale sicurezza e con quale abilità l’artista riassume, nella luminosa espansione di una superficie monocroma, nel lieve “toccato” di graffiti e reticoli o nella diversa intensità di pieni e vuoti a contrasto, tutta la gamma degli aspetti e dei significati delle sue figure e delle sue atmosfere inventate sul vero; un “vero” che Rosignano inquadra e ci restituisce, dopo l’ennesima rielaborazione dei segni abituali di riferimento, nell’istante in cui l’impeto della violenza si fonde, come per magìa, con la contemplazione della pietà. E ad ogni cambio di scena si ripete, puntualmente, l’antico prodigio del “recitar cantando”:”Ripenso a quel tuo quadro: un vecchio feltro sgualcito ed un teschio. Una metafora? Un gioco illusionistico? Un soggetto di meditazione? Un memento? No, piuttosto una semplice frase, senza nulla di angoscioso: un messaggio lasciato là, ai piedi del cavalletto; un “torno subito” indirizzato alla Parca”, Ulcigrai).
La luce delle cose, si diceva. Ed è proprio nella levità e nella mobilità di quella luce che si attua il rapporto, sotto la pelle delle figure e degli oggetti, tra rigore intellettuale ed emozione, che si impone e si esalta la crescita e l’affrancarsi della poesia; una poesia, reperita iuvant, che nasce da un dosaggio meditato tra ordine e disordine, tra calcolo e subitanea illuminazione (di qui, in taluni dettagli, una pittura vagamente tonale “che, sfuggendo al pittoricismo facile, ha filtrato con sicura sensibilità una serie di problemi formali”, Mario De Micheli), e che tiene a difendere, di questa sua doppia origine, tanto la forza quanto la malinconia e, quale effetto immediato dell’approccio linguistico, ciò  che in essa vibra e ciò che in essa fluttua (riguardiamo, ancora una volta, le figure di Rosignano: i corpi – ora eretti, esili, goffi, allungati e guizzanti, ora seduti, quasi sdraiati e offerti in un abbandono sempre disposto a tendersi, a farsi di nuovo vivo – sono sì corpi reali, precisati nella loro sostanza, percorsi, torniti e resi mollemente solidi dalla luce, ma anche, è inevitabile, metafore della vita, simboli di assolutezza, e stanno ad indicare il punto in cui il desiderio, la nostalgia, l’esasperazione, la dolcezza e l’angoscia si trovano o si ritrovano intimamente uniti. E se la tensione formale vi è così forte, pure non si esaurisce in se stessa, ma, dimostrandosi come lentamente deposta e accumulata, quale luce misteriosa che si sprigiona dai volti e dalle mani di questi personaggi in cerca di requie e che tinge di colori opalescenti gli interni dei caffè e delle osterie, crea il senso del tempo che incalza e della “bellezza” che precipita verso la morte; proprio quel senso, squisitamente allusivo, già indicato da Ulcigrai:”Con questo volto potremo – in qualsiasi istante – ripresentarci, senza abbassare lo sguardo, là da dove siamo venuti. Strappare il biglietto lasciato alla Parca e, quietamente, aspettare”).
Poesia come equilibrio tra luce ed ombra, tirando le somme: un equilibrio che l’artista ottiene ritagliando e sbalzando le figure e le cose dal fondo sul quale sono posate e determinando così, appunto dal dentro dell’immagine, inediti equilibri grafico – tonali e impeccabili rapporti proporzionali con l’esterno. Un equilibrio, quindi, inteso anche come liberazione continua da ogni sorta di codice o, più precisamente, da ogni speculazione di carattere eminentemente teorico; cioè, una liberazione che si manifesta – in tutta l’opera di Rosignano – in una puntuale e felicissima uscita dialettica dagli orpelli e dalle caricature di sempre, alla scoperta di un nuovo arcipelago di sentimenti, di memorie, di aspettazioni e di accanimenti “Difensore inflessibile dell’arte libera, Rosignano – osserva acutamente il Damiani – custodisce gelosamente l’eredità dell’autentica nostra cultura. E’ il poeta della Trieste in cui le aspirazioni a una vita giusta non vengono disattese dalla cecità della presunzione e dal pianto borioso del vittimismo”). Un arcipelago o, ripetiamo, un “paese dell’anima”(quasi un’ultima spiaggia, cioè, come la intendeva e l’amava Umberto Saba nella sua intensa e rivelatrice “Città vecchia”:”Spesso, per ritornare alla mia casa / prendo un’oscura via di città vecchia. / Giallo in qualche pozzanghera si specchia / qualche fanale, e affollata è la strada. //qui tra la gente che viene che va /dall’osteria alla casa o al lupanare,/ dove son merci ed uomini il detrito / di un gran porto di mare, / io ritrovo, passando, l’infinito / nell’umiltà / qui prostituta e marinaio, il vecchio / che bestemmia, la femmina che bega, / il dragone che siede alla bottega / del friggitorie, / la tumulante giovane impazzita / d’amore, / sono tutte creature della vita / e del dolore ; /s’agita in esse, come in me, il Signore. //Qui degli umili sento in compagnia / il mio pensiero farsi / più puro dove più turpe è la via”) che, nei suoi fremiti quasi umani, è come tagliato ora a blocchi, ora a fette e ora a pellicole appena visibili: lo si può possedere a pezzi e a bocconi, a capitoli e a brani, con la forza o con la gentilezza, grazie all’ostinazione con cui l’artista continua ad opporre – all’interno del suo discorso in chiave autobiografica – l’universo della vita all’universo delle forme stereotipate, riaffermando un rapporto arte-vita che perpetua le fantasie, le certezze e le illusioni del passato nel presente e di anticipare emblematicamente, nella laboriosa sintesi di questi due momenti, talune proposte e talune ipotesi ormai intimamente legate al domani. Per questo, forse, Livio Rosignano insiste nel sussurrarci all’orecchio, tra ossequio e provocazione, il suo accorato e legittimo “lasciatemi divertire”. E così sia.

Corrado Marsan.
INDIETRO