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Rosignano: la vera rivoluzione è tornare a dipingere l’uomo

 

Uscito dal gabbiotto traballante dell’ascensore mi arrampico per l’ultima rampa di scale prima di sbucare nella miriade di corridoi e nicchie, porte e archi, che rendono i sottotetti dei palazzi del Borgo Teresiano, a Trieste, veri labirinti, freschi e variopinti di chiaroscuri in estate, desolati come i camminamenti d’una fortezza abbandonata e deserta in inverno. Percorro corridoi selciati di mattoni, svolto per insospettati gomiti e sbuco improvvisamente in un ambiente ampio e luminoso, alto sul panorama di tetti e di cornicioni, nello studio di Livio Rosignano.
Chiusa la porta alle nostre spalle, respiro l’odore del mare, vicinissimo e invisibile, e mi getto su una poltrona ad ascoltare i colombi, centinaia di colombi, che la fanno da padroni nelle nicchie dei tetti.
Mi ritornano alla mente – non so bene per quale motivo – scene ormai perdute della mia infanzia, tra le strade di Cittàvecchia e gli orti di San Giusto, quando, ragazzini accaldati e stanchi del nostro vagabondare sotto il primo sole di maggio, ci gettavamo a sedere all’ombra di qualche tettoia o nei pressi d’una delle tante fontane in bronzo che allora esistevano nelle piazze e nelle corti.Eravamo anche noi, in quel tempo beato,come i colombi che si radunano in stormi attorno alle pozze d’acqua, un po’ per necessità e un po’ per giocare.
E in giochi e guazzabugli eravamo maestri, in verità, come nel bagnarci tutti con le schizade o nel bere acqua fredda dopo aver mangiato frutta acerba. Inevitabili mal di pancia e febbre alta e olio di ricino, perché allora non si chiamava il medico per ogni lineetta di termometro in più del consueto.

Era la Trieste del 1946, bella negli assolati pomeriggi e nei tramonti rosati, senza frastuono di automobili, con una vita più quieta e rionale (paesi nella città, erano i rioni allora), con i soldati americani che giravano a coppie, con macchina fotografica a tracolla ed eternamente in cerca di ragazze.
Lascio che le suggestioni mi abbandonino. Non basta questo vecchio palazzo e l’aria familiare e antica delle vecchie porte monumentali in legno, con le targhe in ottone ben lucido, e gli immancabili nomi tedeschi e ungheresi e slavi a risuscitare un tempo ormai inesorabilmente lontano. Non basta, purtroppo.

Ritorno al mio ospite e mi accorgo con stupore che anche lui ha avuto un attimo di abbandono alla memoria e ai ricordi.I quadri di Livio Rosignano sono figurativi, paesaggi e figure.
Oggi che il figurativo sta ritornando di moda, sarebbe facile dare ragione alla coerenza d’un artista che per anni è rimasto fedele alla propria vocazione primaria, senza subire tentazioni, concedendosi soltanto quell’aggiornamento teorico indispensabile a chi professa con estrema serietà e conoscenza la pittura.
Per Rosignano è fattibile un altro genere di discorso che esuli ampiamente dalla classificazione settoriale dell’arte, oggi che esiste la malaugurata tendenza a voler ridurre e a costringere tutto.
E’ un discorso estremamente contenutistico, il logico divenire d’una scelta ideologica precisa, anche se avvenuta quasi inconsciamente nel corso degli anni. Si spiega allora come il paesaggio abbia lasciato sempre maggiore spazio all’essere umano, centro e desiderio d’ogni ricerca.
Dapprima i grandi gruppi – quelli degli interni delle osterie, per intenderci – poi i particolari soffusi di poesia nei bevitori un po’ appartati e tristi. Niente in comune con la tecnica impressionista, se non “l’avvalersi di una cultura figurativa assai complessa e rara dei veneti, agli spagnoli, agli olandesi dei grandi secoli” (così ha scritto Valsecchi).
Piuttosto, una ricchezza di motivi spirituali e un confluire di pensieri remoti, una grande libertà di colore e un’immagine essenzialmente commossa della realtà.
A guardare queste grandi, grandissime tele – dove le figure e le cose campeggiano in grandezza naturale – mi ritornano alle labbra i pochi, sofferti versi della poesia Omini soli, di Guido Sambo: e non soltanto per il tema essenzialmente comune, ma piuttosto per l’identico modo, l’identica malinconia, in cui esso è risolto.
Dai grandi gruppi, a volte piccole folle di personaggi più o meno noti, il discorso ripropone il tema pericoloso e classico del ritratto.Rosignano sa esattamente bene su quale terreno minato egli si stia muovendo. Di quanto difficile e quanto grande, nel contempo, sia l’arte del ritratto egli è consapevole.
Proprio per questo la sua idea è andata evolvendosi in maniera originale. Non un personaggio ma venti, trenta. Non autocompiacimento nell’esecuzione d’un testo per lui estremamente facile, ma piuttosto un discorso senza retoriche che offra all’osservatore la possibilità di leggere, attraverso le sue figure, tutta la storia dell’umanità nei suoi aspetti attuali.
Niente di didascalico, niente di scontato e di concesso. Fondi monocolori e a tinte tenui, componenti esenziali e psicologiche d’un volto e d’una storia, grandezze naturali: in modo che, senza evitare una perdita di contatto con la realtà, si possa scoprire anche ciò che esiste dietro e dentro l’uomo. Aspetto fondamentale, questo, di una pittura che, tenendo conto del contesto attuale dell’arte, non perda l’aggancio con l’uomo e non si limiti a dipingere un vuoto formalismo e aride teorie. Tema a cui Livio Rosignano si dichiara disponibile e attento, nell’affermazione del principio che spesso proprio affrontando nuovamente l’uomo, si attua una vera rivoluzione.

Claudio Martelli.

 

Rosignano ultime proposte
Paesaggi e interni per una meditazione a tutto campo.

 

Che Livio Rosignano nella sua personalità nascondesse un risvolto meditativo l’avevamo scoperto molti anni fa davanti ad alcune sue tele, a certe cartelle di disegni che insistevano su soggetti ricorrenti, alle sue prove di narrativa. Ce lo conferma fuor di dubbio questa sua mostra nella quale l’artista allinea una serie di opere inedite recenti e recentissime.
Si tratta di una meditazione a tutto campo sulla vita quotidiana nella quale, per quel che riguarda l’autore, trovano ampio spazio i luoghi noti e famigliari – il proprio studio, l’interno dei caffè, le strade percorse e ripercorse – e alcuni scorci di periferia tra case e campagna.Il modo di meditare di Livio Rosignano è ovviamente pittorico poiché la scrittura si fa segno e colore per inventare uno spazio tra realtà e memoria, ricordo e visione, attraverso l’impasto di tinte che nascono non solo da un istinto sicuro e da un mestiere altissimo ma anche dal materializzarsi di pulsioni profonde che emergono dal profondo e prendono corpo.
Una trentina di opere di medio e piccolo formato nelle quali ritornano ancora i temi consueti dell’artista, quelli che lo hanno reso caro a molti e che testimoniano la sua attenzione che va ben oltre l’oggetto della pittura.
Tra i soggetti d’interno ci sono particolarmente piaciuti la serena e pacata atmosfera dello studio con la sedia e la giacca rossa cui fa da sfondo una finestra spalancata. Nell’aria ancora luminosa del meriggio la stanza pare” conservare la traccia della presenza del pittore che ormai la vede da fuori.
Di simile impostazione “Interno rosso”, opera che ripropone la vibrazione del colore e i punti focali – sedie, cavalletto, vestaglia, finestra – che la sostanziano e la reggono concretamente. Tra i paesaggi spicca “Dalla terrazza”, un quadro costruito lungo le linee della verticalità con precise scansioni che consentono di disporre il colore lungo le fasce orizzontali intervallando i toni verdi del paesaggio terrestre con gli azzurri del cielo e del mare che si insinua a metà altezza nella prospettiva delle colline. Ancora molto riuscito e luminoso un piccolo Caffè San. Marco centrato sul contrasto tra tonalità calde e un’altra piccola opera “Albero nodoso”, che si innalza in primo piano avendo sullo sfondo una collina per svettare alfine contro l’azzurrità di un cielo senza nuvole. Forse è in quest’opera che Rosignano offre ai visitatori una sintesi criptata in modo simbolico della sua riflessione sulla vita e sull’arte della quale il tronco spoglio, ma ricchissimo di tracce di vita, continua a puntare verso l’alto e lascia intravedere sullo sfondo celeste il verde di alcuni insospettati germogli.

Claudio Martelli.


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