Lascio talvolta passare molto tempo senza farmi vivo con Livio Rosignano, benché gli sia sinceramente amico: forse sa però, o immagina, che il mio colloquio con lui non s’interrompe per questo. Non si è mai interrotto da quando per la prima volta (sono passati quasi quarant’anni) ho appeso opere sue alle pareti. Se guardo i suoi oli, disegni, acqueforti, il colloquio riprende. Anche di notte, in certi casi d’inquietudine e insonnia, in quei momenti difficili che cap
itano e decidono di durare: non è solo una voce amica - e di un amico – ma un coinvolgente invito alla ricerca interiore, sull’onda di pensieri, ricordi, fantasticherie, di considerazioni tante che quei tratti, quelle figure, quegli sfondi suggeriscono o inavvertitamente sollecitano portando il pensiero lontano, verso luoghi dell’anima più tranquilli, pregni di nostalgia o di speranza. In quell’occasione mi rispecchio e, probabilmente, m’immedesimo con quanto vi è rappresentato e forse pure gli rassomiglio: non importa se si tratta di un uomo, di una giacca posata su una sedia, o di un Carso
spazzato dal vento, perché là c’è vita e in quella mi ritrovo. Ne sento il respiro.
In Rosignano io non vedo il poeta dei diseredati, dei vinti, degli emarginati: vi vedo piuttosto quello che sa della fatica del vivere e perciò pure del piacere della pausa giocosa, del momento di quiete, di quello della riflessione; che accetta le regole, conosce l’impegno severo, ma anche il gusto ribelle e ironico della trasgressione; quello che incontra il dolore, la perdita, l’abbandono ma proprio per questo guarda oltre, assorto, e attende, perché sa o spera che, dopo, ci sarà ancora o di nuovo almeno uno spicchio di felicità. Questa non può essere sparita così d’un tratto, sta certo da qualche parte: forse dietro quell’ampia curva della strada di campagna, in cui si percepisce l’ariosità del mare; dopo quel muro, dove rimbalza un pallone; nel Caffè luminoso, che aspetta gioiosi ritorni; fuori dalla finestra aperta di quella stanza povera e spoglia; davanti agli occhi o alla mente di quelle figure immobili con le mani affondate nelle tasche o giunte dietro la schiena che attendono, appunto, assorte.
E’ per questo che nelle sue opere ogni cosa, per banale che sia, afferma la dignità del proprio valore esistenziale. Il pennello e la tavolozza dell’artista, ma così pure un comune sacchetto di plastica. E naturalmente ogni figura umana, e non solo quella: anche l’ambiente, o semplicemente lo sfondo, nel suo insieme come nei tanti particolari che lo compongono. Isolati, questi potrebbero pretendersi opera d’arte a sé stante, talora persino con proprio distinto linguaggio pittorico. Sono ricondotti invece dall’artista in quell’unità complessa, intimamente molteplice, con interni contrasti, che è propria di ogni individualità, della sua identità vera.